Diario di un'aspirante eco-mamma
Racconti, avventure, disavventure ed esperienze di una neo-mamma e un neo-papĂ che cercano di applicare principi ecologisti e un po' no-global
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Allattamento: ottimo sito in italiano, con consulenze di altissimo livello
Allattamento: un bel sito in italiano
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Blog OT: Signoramia, un'amica preziosa
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Come avevo annunciato qualche tempo fa, stavo traslocando il blog da splinder a kataweb. Per qualche tempo ho aggiornato entrambi gli indirizzi, ma adesso non ce la faccio più a seguirli tutti e due in contemporanea.
Perciò.... tutte le nuove puntate di ecomamma e anche le risposte ad eventuali commenti, si raggiungono utilizzando semplicemente l'indirizzo www.ecomamma.com
Grazie per le vostre visite, spero di ritrovarvi anche nella nuova postazione ;)
Uno dei miei canali preferiti è quello del Gambero Rosso. Qualche giorno fa mi è capitato di vedere un programma intitolato Jamie's school dinner. Il protagonista è Jamie Oliver, uno di quegli chef giovani e bellocci che spopolano con i loro programmi di cucinacoolchicfichissimarapidissimaeccetera...
A me, di solito, non è che piacciano granché. Ma questo mi è piaciuto un sacco. Jamie Oliver, infatti, ha deciso di intraprendere una battaglia personale contro lo junk-food, il cibo spazzatura, servito nella maggior parte delle mense scolastiche pubbliche del Regno Unito. Il contesto era da brivido. Il cuoco-star arriva in scuole dove ragazzini già non proprio fortunatissimi (chi può, infatti, va nelle scuole private e non solo perché si impara di più... evidentemente) a pranzo si sbafano regolarmente salsicciotti dalle forme improbabili e i contenuti inquietanti, patate fritte e rifritte, barrette di schifezze impronunciabili e lattine di bevande gasate a non finire.
Al cuoco-star viene da piangere. Anche perché la maggior parte dei ragazzini drogati di schifezze non ne vuole proprio sapere di modificare di un millimetro la propria dieta. Si scopre che quello è l'unico cibo che conoscono da quando hanno smesso di bere il latte di mamma (sempre che l'abbiano mai visto). Si scopre, inoltre, che per una fetta consistente di alunni quel patetico agglomerato di cibi industriali preconfezionati è l'unico pasto "decente" della giornata. A Oliver gli piglia un colpo ma non si da per vinto. Ne inventa di tutte per riuscire a coinvolgere i ragazzini in cucina, ma soprattutto intraprende una battaglia pubblica per convincere la ditta appaltatrice dei pasti delle mense ad eliminare dal menu tutti i cibi precotti e i preparati industriali per sostituirli con ingredienti freschi.
Oliver, per niente stupido, dimostra che ciò è possibile senza aumentare i costi di ciascun pasto nemmeno di un penny. Gli rispondono che le ditte danno quello che al cliente piace. Allora il combattivo Jamie dimostra che i ragazzini mangiano quello che gli si offre, ottenendo un successo clamoroso con un pasto a base di pasta al pomodoro, pollo arrosto e insalata! Per alcuni ragazzini quelle erano le prime foglie verdi mai ingoiate in tutta la loro vita.
Ma non finisce qui. Oliver decide di tentare di modificare anche l'alimentazione familiare di questi ragazzini e dei genitori prima sospettosi e piuttosto perplessi diventano a poco a poco i suoi principali sostenitori quando si accorgono che, una volta cestinati i sacchetti di roba industriale, i fritti strafritti e le bibite gasate, i loro figli si comportano in modo più civile e tranquillo. Insomma, il problema degli Hooligans non sta nel tifo sfegatato, ma in quello che hanno mangiato fin da piccoli!
Quella di Oliver diventa una missione e anche una petizione pubblica, con tanto di sito web, articoli sui giornali, dibattiti politici. Niente male per una cook-star! Un'altra dimostrazione di come si può essere famosi in modo intelligente. La chicca della puntata, però, è quando Jamie sta preparando una megacena per Bill Clinton e il suo staff. Gli americani arrivano, in numero mooolto maggiore delle prenotazioni, e invece di fiondarsi sul fantastico menu approvato settimane prima, chiedono bistecche e insalata perché stanno tutti seguendo una supposta "dieta californiana". Jamie infuriato preferisce lasciare il ristorante e quando Clinton chiede di conoscerlo, lui, dalla macchina, risponde: ditegli che sono a casa con mia moglie.
Bravo Jamie! E meno male che abitiamo in Italia e che una pasta al pomodoro e un piatto di insalata non mancano neppure nelle "peggio mense delle peggio scuole"...
Credo che il Natale sia una delle feste meno eco-compatibili del nostro calendario. La festa in sé e per sé non mi dispiace affatto, soprattutto quest'anno che ci sono due nanette sgambettanti sotto l'albero dei nonni :)
Però la lotta per convincerli a mantenere un basso profilo quando si tratta di regali per la nipotina è sfiancante.
Ci sono effettivamente cose che potrebbero essere utili (per esempio, il seggiolone per auto) ma mi risulta tuttora quasi impossibile evitare che si sentano inesorabilmente attratti dalle vetrine traboccanti di giocattoli per la maggior parte inutili e per buona parte dannosi o non adatti a una bimba di dieci mesi.
Mi piacerebbe convincerli ad usare il denaro dei regali per qualche giusta causa, per esempio donazioni ad associazioni o enti benefici, ma è forse chiedere troppo. Allora li sto dirottando al negozio dell'Unicef, dove almeno il denaro dei regali non entrerà nelle casse Disney o Mattel e dove, tra l'altro, si trovano giocattoli carinissimi.
Inoltre. Il patto è un solo pacchetto per ogni coppia di nonni. Tutto ciò che dovesse debordare, non verrà traslocato nella nostra piccola casa, che tra l'altro già trabocca di giocattoli, libretti, bambolotti e peluches.
Il fatto è che vorrei riuscire ad educare mia figlia alla gioia di ricevere regali. Vorrei che riuscisse ad avere dei desideri e vorrei tanto, qualche volta, poter essere io o suo padre ad esaudirli.
Il fatto che abitiamo lontano dai nonni, però, rende tutto questo un'impresa titanica. Ogni volta che li incontriamo, infatti, sentono la necessità di colmare la bambina di doni. C'è chi si lancia di più sull'abbigliamento e chi preferisce buttarsi sui giocattoli. Sta di fatto che mia figlia, a meno di un anno, ha già troppo di tutto. E io mi impongo di non comprarle nulla, nemmeno quando trovo qualcosa di irresistibile, per non aggiungere di più al troppo.
Mi piacerebbe riuscire a spiegare che il regalo non deve e non può essere un surrogato della presenza fisica e che non è giusto anticipare i desideri della bambina circondandola di ogni cosa possa volere prima che abbia il tempo di farlo.
Mi dispiace anche arrivare all'estremo di nascondere i doni che riceve. Ma lo faccio. Lascio che ci giochi appena li apre, e poi li nascondo in scatole e scatoloni per ripresentarglieli con calma e uno alla volta in altri momenti. Ma in dieci mesi ho accumulato tanta di quella roba nelle scatole che non basterebbe un altro anno per permetterle di godersela tutta.
Il mio non è un puntiglio senza senso. Lo so perché ho un ricordo preciso della gioia immensa che provavo quando da piccola ricevevo un dono che avevo desiderato a lungo. "Ai miei tempi" (quanto odio dirlo) i regali non arrivavano con tanta frequenza. Se vedevo un giocattolo in una vetrina, iniziavo a pensare a quanto sarebbe stato bello trovarlo sotto l'albero, o riceverlo al compleanno. Passava il tempo e continuavo a coltivare quel desiderio, con aspettativa vera. E quando finalmente arrivava il momento e ricevevo quel regalo, la gioia era immensa, tanto che la ricordo ancora. E il giocattolo in questione aveva tutto il tempo di essere goduto, usato, sfasciato e condiviso.
Nonni, per favore, mettete questa gioia anche sotto l'albero di mia figlia!!
Ormai mi sono abbastanza abituata all'impopolarità di alcune mie posizioni. Non mi arrabbio neppure più quando mi sento dare della fanatica o dell'intollerante o quando mi si accusa di essere troppo rigida nelle mie posizioni "alternative". Pazienza.
Mi stupisco, invece, quando sono io a pensare queste stesse cose di altre persone ancora più "alternative" di me. Mi capita, ad esempio, quando mi trovo a parlare con convinti assertori della filosofia educativa steineriana. Premetto che non ho ancora avuto il tempo e il modo di documentarmi a sufficienza sui testi di Rudolf Steiner e che, in linea di principio, considero bellissimi i suoi ideali educativi e i principi su cui si basano. Mi trovo, piuttosto, a disagio di fronte ai suoi "adepti". A volte ho l'impressione che cerchino di creare un mondo a parte per i loro figli, astratto dalla realtà, pieno di idee luminose e spirituali, di atmosfere morbide e di libertà di espressione, il che sarebbe magnifico se poi, fuori dalle mura delle scuole e dei circoli steineriani anche il resto dell'umanità dimostrasse altrettanta attenzione a questi principi.
Ma non è così. Nella mia piccolissima esperienza di madre e un po' più lunga esperienza di attenta osservatrice (anche per mestiere) mi sono creata l'idea che l'ambiente familiare sia quello in cui i figli maggiormente sviluppano il senso dei principi di convivenza e degli ideali di realizzazione sociale. Ben venga, quindi, una famiglia basata sui principi della libertà di espressione, dello sviluppo armonico delle potenzialità intellettuali e fisiche di ciascuno, della spiritualità e della sacralità dell'essere. Ma, sempre nella mia concezione ancora non completamente matura, ho l'impressione che la scuola dovrebbe fare altro. TRalasciando il compito meramente didattico (sul quale la riforma Moratti mi ha aperto dei dubbi non di poco conto) ritengo che la scuola sia innanzitutto il primo ponte di raccordo tra il mondo familiare, il più possibile armonico e libero, e il mondo sociale, spesso tutt'altro che armonico e spesso tutt'altro che libero. E' per questo stesso motivo che sono contraria alle scuole private, in cui i genitori sperano di creare delle bolle il più possibili omogenee alla struttura familiare, basandole, per esempio, sul credo religioso o sul ceto sociale di appartenenza. Mi sembra, invece, che sia più utile ai bambini, soprattutto quelli delle elementari, affrontare gli altri a viso aperto, con tutte le loro contraddizioni, affrontare i primi piccoli soprusi quotidiani, gli obblighi e le imposizioni, anche quelle più incomprensibili e stupide, le delusioni, le piccole cattiverie di cui i bambini sono maestri, l'incontro con realtà profondamente diverse dalla propria, la scoperta di bambini tristi, arrabbiati o di adulti poco amorevoli.
La scuola non è solo questo, ovvio, ma è anche questo. E trovo che sia importante per un bambino iniziare a rendersene conto per gradi.
Così non riesco a non sentirmi a disagio quando sento parlare di genitori che non portano i bambini al cinema a vedere i cartoni animati per paura dei trailers di presentazione degli altri film o che sullo schermo di casa fanno scorrere solo idilliaci pupazzetti evitando accuratamente telegiornali o altro.
Sarebbe bello che i bambini potessero crescere ascoltando solo storie edificanti, incontrando solo volti sorridenti, imparando solo ad essere ascoltati e capiti. Ma il mondo non funziona così e sapersi difendere è una necessità naturale tanto quanto imparare a nutrirsi da soli e a riconoscere i pericoli. L'importante è che a casa ci sia sempre qualcuno pronto ad ascoltarli e ad asciugare le lacrime e a spiegare, per quanto possibile, il perché le cose non sempre hanno un senso o una ragione e che il dolore esiste, è dappertutto, ma si può sopportare meglio quando ci si vuole bene.
Ecomamma trasloca. Come per tutti i traslochi, ci vorrà un po' per trasferirsi completamente. Ma intanto, ecco il nuovo indirizzo: http://ecomamma.blog.kataweb.it/ecomamma/
che comunque sarà presto raggiungibile anche dal dominio www.ecomamma.com
A presto, spero di ritrovarvi.